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venerdì 3 maggio 2013

17. LETTERA DI ANTONIO LOMBARDI A DON PAOLO AIELLO PER DIRIMERE DUBBI



Attraverso le lettere Antonio Lombardi svolgeva una vera forma di apostolato:
annunziava la fede attraverso la cultura.
Catanzaro, 2 novembre 1945
Don Paolo Aiello e Antonio Lombardi
Mio carissimo,
è impossibile che chi cerca la verità non la raggiunga. Se la cerca, vuol dire che l’ama, e se l’ama già la possiede in qualche modo. Ma la verità è Dio. Se togli Dio, io non vedo quale altra verità ti resti. Non mi pare che la materia possa essere verità per se stessa, verità che basti a se stessa. Del resto, se anche a te, da quel che tu stesso mi scrivi, pare che possa essere detto con ragione che l’esistenza della materia debba esser preceduta dall’esistenza di un essere che sia essenzialmente pensiero, come faresti poi ad essere materialista e d’altronde, se tu trovi difficoltà di ammettere l’unione dell’anima col corpo, perché, d’altra parte, la soluzione materialistica di quella difficoltà dovrebbe essere contro Dio? Tu puoi per tuo conto risolvere materialisticamente la questione, e credere nondimeno in un Dio creatore della materia. E quando poi avrai creduto in Dio, come forse credi, allora ti sarà facile intendere che la potenza di Dio è sempre superiore alla nostra possibilità di comprendere, e non ti lascerai fuorviare da nessuna difficoltà. E ti pare giusto che noi dobbiamo negare Dio per qualunque intoppo incontriamo nel nostro cammino? Ciò significherebbe che noi stessi ci reputiamo infallibili e divini, e che sia vero solo quello che ci par comprensibile, e falso tutto quello che noi non comprendiamo. Ma quante cose ci sono sembrate contraddittorie e poi abbiamo viste essere del tutto logiche e conseguenti? Noi non possiamo presumere di giudicare la verità che in un solo modo, vale a dire: siccome è ovvio che la nostra mente può sempre cadere in errore, così è evidente che essa non si può erigere a giudice supremo di verità ma deve credere in una verità suprema e al di sopra di lei.
Passiamo ora alla difficoltà che mi proponi. La tua considerazione più generale è che “lo spirito deve avere in comune con il cervello qualche quid che lo imparenta (lo rende simile) a quest'ultimo”. Altrimenti, secondo te, “il contatto delle parti non si può spiegare”. Io ritengo che nessuna persona veramente saggia abbia mai potuto negare che tra lo spirito e il corpo vi debba essere una qualche somiglianza. Non solo nella natura corporea noi osserviamo che le cose non sono mai del tutto dissimili, ma dobbiamo convenire che anche tra una natura divina e quella del mondo sarebbe addirittura stolto non concepire una qualche somiglianza. Dio è un essere completo, infinito, che ha nella sua unità tutte le possibilità dell'essere; l'essere corporeo, invece, è finito, limitato, manchevole. Nondimeno l'uno e l'altro sono essere. Ed è appunto che Dio possiede nella sua natura la completezza dell'essere, che Egli può essere il Creatore di ogni ente.
In quanto poi alla somiglianza, anch’essa necessaria, tra lo spirito e il corpo, ti ricorderò, giacché tu stesso ti richiami al mio libro, quello che io scrivevo nella Critica delle Metafisiche: “In ogni corpo noi apprendiamo una qualche somiglianza con lo spirito, poiché, quando diciamo spirito, intendiamo questo almeno: che esso è, e che quindi si oppone come il corpo a ciò che è (pag. 71). Infatti, se lo spirito, nella ipotesi, è qualche cosa, deve pure affermarsi in quello che è, nel suo essere, nella sua sostanza, nella sua potenza, nella sua attività, e in questa sua affermazione deve certo assomigliarsi al corpo, che anch'esso si afferma in ciò che è e in ciò che possiede. Se in qualche luogo io faccio valere la dissomiglianza dello spirito dalla materia, ciò viene fatto contro coloro che dello spirito e della materia vorrebbero che si facesse addirittura una medesima cosa; come chi volesse dire che il cane e il gatto, solo perché sono simili per essere entrambi animali o mammiferi, fanno anche una medesima specie: il che è falso. Tu vedi dunque l'armonia mirabile dell'universo, dove nell'infinita verità delle cose, è nondimeno una fondamentale somiglianza, derivata da quel primo principio che è suprema unità di tutte le cose. Non v’ha forse maggiore inganno nella filosofia che voler separato del tutto il mondo corporeo da quello spirituale, la creatura dal suo creatore, relegando in un'assoluta estraneità la fonte stessa di ogni vita e di ogni esistenza. Ricorderai le parole dell'Apostolo, che in Dio noi viviamo, ci muoviamo e siamo. I grandi mistici della Chiesa, che sentirono il legame d'amore che corre tra loro e Dio, compresero, e sperimentarono anzi, quest'armonia dell'esistenza.
In riguardo all'essere, l’armonia consiste in quella gradazione che da essere infinito completo, pieno, discende per le creature spirituali sino all'essere infimo della materia. Donde avviene anche che le creature che hanno più di essere, tanto maggiormente possono operare sulle altre. Soprattutto Dio, che possiede la pienezza dell'essere, può operare universalmente e direttamente su tutte le creature.
Da queste considerazioni generali possiamo ora passare a quelle più particolari. Tu scrivi: “Io vorrei che mi spiegaste come due nature o enti così eterogenei quali l'intelletto o spirito e la materia possano essere uniti e venire a contatto”. E tu intendi evidentemente l'unione dell'anima spirituale con il corpo nell'umana natura. Tu sai che nella seconda metà del secolo scorso, in connessione con la dottrina dell’evoluzionismo, fu molto dibattuta la questione se la vita fosse sorta per l'evoluzione della materia, ovvero fosse una creazione speciale nella natura. Ora non c'è proprio da adombrarsi, anche se alcuni spiritualisti non abbiano saputo riguardare la cosa imparzialmente, nell'ipotesi che fa sorgere la vita dalla materia. Gli scrittori della chiesa hanno sempre ritenuto “come possibile il nascere di organismi reputati infimi e imperfetti dagli elementi della natura” (Critica delle metafisiche, 334). La difficoltà esiste esclusivamente nel campo scientifico, in quanto non si è potuto ancora accertare il sorgere della vita dalla materia. Dopo i magnifici esperimenti di Pasteur, non si è potuto ancora sperimentalmente contraddire a quella specie di legge, che è il vivente nascere dal vivente. Se da qualunque materia si possa sviluppare la vita, ignoro se sia vero; però è certo in ogni caso che la vita e la materia si possano perfettamente congiungere. Come vedi, la vita non inerisce solo a Dio né solo alle creature spirituali, ma inerisce anche alla materia: la vita con le sue operazioni non può certo esistere senza un oggetto cui inerisca. Ma questo soggetto può ben essere un ente materiale. E qui noi possiamo contemplare il caso che ci riguarda da vicino. Nell'ipotesi di una sostanza spirituale, cui naturalmente inerisce la vita, che difficoltà c’è ad ammettere che, in determinate condizioni, quella sostanza possa, per mezzo del suo principio vitale, congiungersi alla materia? Nella Critica scrivevo: “Coloro a cui parve impossibile che l'anima potesse essere la forma sostanziale del corpo, non considerarono che ogni spirito è anima, è innanzitutto vita” (pag.208). È in tal modo che noi diciamo che l'anima intellettuale si unisce alla materia dell'uomo e lo informa; potendo tuttavia sopravvivere alla dissoluzione del corpo, in quanto ha una natura propria, se la vita si può partecipare alla materia, perché dunque una sostanza spirituale, e però vivente, non potrebbe essere principio di vita nella materia? E credi tu che nell'ipotesi materialistica si possa veramente spiegare l'intelletto e la vita come una estrinsecazione del cervello o della materia? Tutta la materia è essenzialmente vivente, e allora la vita non viene dalla materia, perché è stata primieramente insieme con essa; ovvero non tutta la materia è essenzialmente vivente, e neanche allora la vita può sorgere dalla materia in quanto materia, ma, in quanto nella materia, o in alcune materie, v’è un principio e una disposizione alla vita. E a tal proposito scrivevo: “E’ necessario infatti che vi siano degli agenti o principi attivi, senza di che la vita rimarrebbe in eterno allo stato virtuale; d'altra parte è necessaria una disposizione o potenzialità della materia, senza di che i principi attivi non potrebbero nulla operare” (ibid. 334). E in quanto alla conoscenza dell'intelletto in particolare, essa non è che quale estrinsecazione del cervello; non si può spiegare neppure quale conoscenza sensitiva. “Le varie teorie associazionistiche”, scrivevo ancora nella Critica, “fisiologiche e fisiopsichiche, non possono mai costruire sui sensi la coscienza intellettuale, poiché tutte le impressioni, le tracce, le influenze, le relazioni e le correnti che le sensazioni determinano sui centri nervosi, sulle fibre o sulle cellule non sempre individuate nella materia, non valgono mai a suscitare quel tipo universale delle forme, che non è sensibile, ma intellettuale ed astratto (342)”.
A me pare che definire l'intelletto una estrinsecazione del cervello, o la vita una estrinsecazione della materia, sia piuttosto un voler chiudere gli occhi sulle difficoltà, che un superarle. Il pensiero e la vita, le stesse elementari sensazioni, anche se noi le diciamo una estrinsecazione della materia, restano però di fatto una cosa ben diversa dalla materia. Il sentire e il pensare sono forse materia? Anche se congiunti in qualche modo dalla materia? La sensazione e il pensiero sono cose talmente nuove rispetto alla materia e alle sue modificazioni, che essi non si possono spiegare se non con una potenza primigenia, alla quale si riferiscano in egual modo e l'esistenza della materia e quella della vita che alla materia è congiunta. La vita può sì essere congiunta alla materia e in tal modo può dirsi che la materia può avere in sé la vita; ma la possiede, senza che però valga a giustificarla a quel modo che noi possediamo il nostro corpo e, nondimeno non da noi l'abbiamo fatto, adesso ci sta innanzi quasi a noi straniero.
D'altronde, tali considerazioni sull'impossibilità della dottrina materialistica di spiegare questo ed altro, non vengono soltanto da noi, se proprio colui che, nella seconda metà del secolo scorso, parve maggiormente dominare il campo delle scienze positive ed evoluzionistiche, vale a dire lo Spencer, credette di cominciare la sua opera con una parte dedicata a L'inconoscibile, dove appunto viene dimostrato che il materialismo non può risolvere i massimi problemi della filosofia. Questa parte dello Spencer è ancora assai interessante, ed è, si può dire, la sola cosa di lui che sia rimasta viva. Il mistero della vita e del pensiero non si può risolvere che in Dio, il quale, essendo per essenza vita e pensiero, ha potuto comunicare alle cose l'essere e la vita e il pensiero. All'ipotesi che affacci della possibilità che lo spirito sia un’estrinsecazione del cervello, tu aggiungi: “altrimenti come si spiegherebbero gli effetti che, per esempio, la tiroidina ha sul cervello di potenziarne o meno le sue facoltà”?
Per conto mio, ritengo che nulla è nell'intelletto che prima non sia nei sensi, e che pertanto l'intelletto non possa giudicare se non in riferimento alla conoscenza sensibile, ai dati che i sensi gli offrono. Dal che si vede che la capacità di comprendere non dipende solo dalla potenza in sé dell’intelletto, ma anche dalla materia del giudizio secondo che sia poco o molta, buona o cattiva. Così il medesimo ingegno, incapace a risolvere un determinato problema in base a determinati elementi, saprà poi  risolverlo agevolmente ove abbia alcuni elementi di giudizio, o siano rimossi, fra i primi elementi, quelli che eventualmente fossero stati cagione di errore e falsità nel giudizio. In tal modo tutto ciò che può mutare la conoscenza sensitiva, mutando la forma e la vivacità delle immagini e delle sensazioni, può mutare anche la conoscenza intellettuale, sì che il giudizio dell'intelletto può venir falsato rispetto alla verità, che le cose erano nate ad avere in ordine all'intelletto.
Non aggiungo altro, che già la lettera è troppo lunga. Ma vorrei che tu ti persuadessi che tutte le ragioni dell'uomo sono deboli, e che questa è la principale ragione per cui egli debba credere in Dio. Credi tu di essere sicuro delle tue ragioni? La filosofia non ha ancora potuto progredire rispetto alle parole di Socrate: “Questo solo io so, di nulla sapere, e in questo sapere c'è Dio. Ti abbraccio.

14. LETTERA-TESTIMONIANZA DI DON PAOLO AIELLO SU ANTONIO



    Catanzaro, 28 novembre1965
Eccellenza Rev.ma, Le chiedo, innanzitutto, scuse vivissime per la mia mancata risposta alle sue calde e insistenti richieste di notizie intorno al Sac. Padre Caruso Francesco. Le posso attestare che Egli fu mio confessore e direttore spirituale, maestro sicuro, carico di esperienza ascetica e mistica, quotidianamente provato e saggiato dallo “stimulus” paolino; uomo, costantemente comprensivo dei limiti e delle cedevolezze umani, fiducioso nell’inesauribile capacità di ripresa dell’adolescente e del giovine. Non gli sfuggiva né lo sviluppo delle passioni, né il gioco degli istinti, né la voce e l’espressione dei sensi: verso il mondo istintivo aveva comprensione serena e positiva, mai indulgenza che confondesse la linea demarcante tra bene e male. Il “si si”, il “no no” evangelico non gli impediva l’intelligenza delle innumerevoli posizioni intermedie, nel cui ballottaggio si svolge l’animo dell’uomo. Posso dire che devo a lui il mio sacerdozio; non sarei sacerdote, oggi, senza la guida di lui; nel 1938, a chiusura d’anno scolastico, concludendosi per me il corso liceale al seminario regionale Pio XI di Reggio Calabria, sfociai nell’ateismo, perché subii il fascino della filosofia gentiliana. Mi convinsi, a mio modo, che Dio non esistesse, o per lo meno che Dio non fosse come lo poneva la concezione cattolica. Si aggiunga la debole, impari difesa di Dio del testo e del professore del tempo, di fronte alle audaci posizioni suasive dell’attualismo di Giovanni Gentile e dello storicismo assoluto di B. Croce, e allora si comprende come io, per errore di prospettazione e di centralizzazione del problema di Dio, mi allontanai dal Dio cattolicamente inteso e debolmente “presentato” dall’insegnamento, fatto facilonisticamente, cioè senza neppur l’ombra dell’avvertenza di un necessario apparato critico. All’insegnante del tempo, se non mancò la volontà di difesa di Dio, filosoficamente, venne meno l’esigenza dello studio critico. Pertanto, fui espulso dal seminario, come ateo, dal Rettore P. Pedàce, gesuita, d’accordo e d’intesa con l’arcivescovo Mons. Giovanni Fiorentini. Prima dell’espulsione, per due mesi fui isolato per non turbare la serenità spirituale dei miei compagni, la maggior parte personalmente impegnata nel dubbio di Dio, e stetti solo in una stanza, senza vivere più la vita di camerata. Il mio padre spirituale, venuto a conoscenza della mia crisi, stette muto in un atteggiamento di silenzio rispettosissimo delle mie nuove posizioni. Mi raccomandò solo “sincerità con me stesso ed onestà intellettuale nell’indagine”. Non tornando più in seminario, mantenni con lui un carteggio epistolare che è andato smarrito. Ascoltando le voci dell’orgoglio, non scrissi più e chiesi, a titolo di curiosità, di avere dei colloqui, che divennero frequenti, con il Rettore del “Pio X” Padre Iollain, polacco. Conobbi, poi, il filosofo convertito, Antonio Lombardi, autore di poderosi libri, autorevoli nel campo della speculazione. Riammesso al seminario regionale di Catanzaro per il corso teologico, dopo il permesso chiesto ed ottenuto dal Dicastero competente di Roma, in via delicata e cauta, fui continuamente seguito dal filosofo Lombardi e dal padre Caruso, che in giorni diversi avevano la bontà di salire dalla città per venirmi a trovare. Dopo l’incendio che distrusse totalmente il Seminario, passai di nuovo al Regionale di Reggio: qui si fecero più rade le occasioni di dialogo con il mio padre spirituale, Caruso, ma vennero supplite dai colloqui con l’Arcivescovo Enrico Montalbetti, mio secondo direttore spirituale. Non avvertii nessun brusco passaggio, perché, seppur in forma diversa, sostanzialmente la linea Caruso collimava con quella del sullodato Arcivescovo di santa memoria. Presi messa il 13 giugno 1943, domenica di pentecoste. Era presente padre Caruso, che, subito dopo la mia ordinazione, mi presentò alcune signore dell’ “Opus Vocationum”, sconosciute anime apostoliche, impegnate nella silenziosa opera soccorritrice delle vocazioni dei giovani economicamente disagiati. Continuai, dopo, da sacerdote a confessarmi con lui. Andavamo a trovarlo, dopo la guerra, all’Istituto delle Ancelle del buon pastore, nella solitaria dimora dell’altipiano di Pontepiccolo, col filosofo Lombardi ed altri amici (questi ultimi, pochi, ma inquieti e incerti spiritualmente). Non si andava per fargli visita, ma perché se ne aveva bisogno: e vi si andava singolarmente e privatamente, spinti ognuno dai propri bisogni dell’anima. Ricordo che una volta - io già sacerdote - Padre Caruso mi chiese di ascoltare la sua confessione. Ma io mi rifiutai decisamente, diventando rosso e pallido. Ma egli insistette persuadendomi che io, rifiutando, indulgevo all’orgoglio. E così ascoltai la confessione di lui: mi sentii confuso, ma ebbi la fortuna di sapere come vivono davvero gli uomini degni e santi: ne tornai rifatto. Credo che uno dei tanti mezzi, rari, per essere meno cattivo sia quello di confessare un “santo”. Inchiodato al confessionale, egli recuperava a Cristo ora la mente ora il cuore, ora il sentimento, ora la fiducia. Sebbene cagionevole di salute, tuttavia non faceva pesare ad alcuno i suoi malesseri che non gli lasciavano mai un momento di quiete o di pausa. Devo a lui la mia sanità fisica del mio organismo, perché con denaro suo e con le maniere più belle mi forniva i più indicati rimedi terapeutici, come i fermenti lattici , altri ricostituenti ecc…..  È impossibile dire della sua preoccupazione della salute del corpo e dell’anima dei suoi diretti spirituali.  Come dimenticare la sua presenza, dopo pranzo, in mezzo a noi ginnasiali!... Ricordo ancora benino il gioco degli scacchi, imparato da lui; nelle varie perdite, nei vari movimenti, nelle vittorie intercalava un’idea, un’alta idea di bene, così, giocando. Oggi non gioco più a scacchi o ai birilli: non c’è più lui. Quanto sarebbe bello giocare, specie coi santi. Io chiedo scusa e perdono. Mi creda, dev.mo Sacerdote penitenziere.
P.S. Ci sono molte altre cose. Ma chi ha il tempo! Me le porterò con me nell’aldilà!